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Conte alle Regioni: «Basta caos o vi toglierò le competenze»

Si spera nel buon senso e nello spirito di collaborazione. Ma sperare non basta. Dunque Giuseppe Conte si presenta oggi alla riunione straordinaria con i presidenti di tutte le regioni (collegati in videoconferenza) armato di una serie di ultimatum per togliere i poteri ai governatori «ribelli». In particolare quelli di zone dove non ci sono contagi, né casi sospetti, né focolai. Primo: attivazione dell’Avvocatura generale dello Stato per impugnare davanti al Tar le ordinanze di blocco delle scuole, delle attività e della libera circolazione che per esempio ieri hanno adottato la Calabria e la Basilicata. Secondo: ricorso all’articolo 120 della Costituzione che permette al governo di sostituirsi alle amministrazioni locali avocando a sé le loro competenze in casi straordinari. In questo caso il commissario all’emergenza Coronavirus Angelo Borrelli, anche capo della Protezione civile, avrebbe l’ultima parola sulle scelte regione per regione. Scavalcando i presidenti. «Ipotesi irricevibile», insorge il governatore lombardo Fontana.

Il premier piomba a metà riunione nella sala di Palazzo Chigi dove il sottosegretario Riccardo Fraccaro ha convocato tutti i ministri. L’ordine del giorno è adeguare il decreto approvato sabato alle esigenze dei singoli dicasteri. Se è sfuggito qualcosa, si inserisce all’ultimo secondo. La misura più importante è il blocco delle gite scolastiche fino all’8 marzo mentre gli altri provvedimenti, comprese le chiusure degli istituti, hanno scadenza il primo marzo in attesa di un check sulla situazione.

Ma il vero problema ora sono le decisioni di regioni che non vivono un conclamato allarme sanitario ma pensano di fermare tutto per farsi belli con i propri elettori. Nel mirino ci sono la Calabria, che ieri ha deciso la chiusura delle scuole, la Basilicata, le Marche la cui delibera di blocco delle attività è stata stoppata in diretta dal presidente del Consiglio durante una conferenza stampa. Ma anche la Liguria. Durante il vertice qualcuno ha fatto notare senza nascondere il tono polemico che Giovanni Toti ha chiuso le scuole da ieri eppure poche ore prima era riunito con Salvini e 1500 persone, al chiuso, per un evento elettorale. Visto il clima difficile, Conte proverà a non peggiorare la situazione cercando la pace e la condivisione con tutte le regioni. Ieri però è entrato alla riunione con la faccia scura di un uomo veramente arrabbiato: «C’è stato un focolaio e di lì il virus si è diffuso anche per la gestione di una struttura ospedaliera fuori dai protocolli». E poi: «I governatori non devono andare in ordine sparso. Non prendano iniziative autonome. Proviamo ad agire in piena concordia».

Paradossalmente il filo che lega Roma e le regioni con la zona rossa adesso è solido. Si lavora insieme, innanzitutto con il ministro Roberto Speranza (che oggi incontra i colleghi Ue dei Paesi di confine). Con gli altri, quelli che dovrebbero essere più tranquilli, stanno sorgendo guai che il premier considera «incomprensibili». Dice il premier seccamente: «Non accetto che si diffonda il panico e si metta in ginocchio l’economia anche dove non ci sono pericoli accertati».

Il vertice vive momenti di tensione perché alcuni propongono la linea dura senza mediazioni. Pesa la preoccupazione, l’auspicio di buone notizie a breve, il pensiero sull’impatto che le misure del governo avranno sull’epidemia e in ultima istanza sul gradimento dell’esecutivo. Un fronte composto da ministri come Provenzano. De Micheli, Boccia, in caso di muro contro muro propone di passare immediatamente, già oggi, al piano B ovvero far scattare i provvedimenti che tolgono poteri e competenze ai dissidenti. Conte è convinto che prevarrà la collaborazione, che di fronte al virus si faranno dei passi indietro. In questo senso, il canale aperto con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni può aiutare a stemperare lo scontro con i governatori del centrodestra (Calabria e Basilicata) al governo centrale. Ma il tempo della mediazione è poco. Per questo anche il premier si prepara a usare le armi finali.

Preoccupazione sì, panico no vale anche per gli amministratori. Se è già un dramma il blocco del Nord l’auto-isolamento dell’intero Paese va scongiurato.

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